Ian McEwan - Amsterdam (feat. J.L.Borges - Finzioni)
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Solo pochi giorni fa tentavo di descrivere la sensazione di "ritornare a casa" provata ad ogni nuovo libro di Murakami che mi capita di leggere.
Ecco, qualcosa di simile mi succede anche con McEwan: alcuni dei suoi libri mi sono piaciuti di più, altri di meno, ma c'è una cosa per cui secondo me è un maestro indiscusso, e per cui vale la pena di passare sopra tutti i possibili suoi difetti, la sua capacità di descrivere le scene, qualsiasi scena. Ci sono situazioni in cui mai ci troveremo nella vita, completamente estranee alla nostra esperienza, e lo stesso quando le viviamo attraverso le sue pagine riescono a essere così familiari che pare che siano parte della nostra routine giornaliera. Penso all'operazione di neurochirurgia magistralmente narrata descritta in "Sabato", penso alla tragica e assurda scena della mongolfiera con cui si apre "L'amore fatale", e, in questo "Amsterdam", alle gustosissme descrizioni delle riunioni di redazione del Judge, quotidiano londinese al centro della vicenda del romanzo, e alle molte pagine dedicate a raccontare Clive che compone la sua sinfonia, tra voli creativi e vini rossi da centinaia di sterline alla bottiglia.
Amsterdam è un romanzo breve, ma lo stesso la trama è piuttosto complessa, e forse meritava di potersi dispiegare con più agio; la scrittura è sopraffina come sempre, probabilmente alcuni punti chiave della trama visti nell'insieme appaiono un po' più deboli di quanto dovrebbero, ma altri spunti sono sensazionali e affascinano spingendomi a sottolineare passaggi su passaggi, e non solo per il piacere di tracciare con la mia matita blu, morbida e dal tratto spesso che dà soddisfazione.
Ma quello che più di tutto mi preme condividere è una citazione nascosta, un rimando non so dire se voluto o involontario, che mi è apparso evidente alla penultima pagina, e sono rivelazioni come queste che mi fanno amare la lettatura.
(attenzione - contiene spoiler)
Uno dei protagonisti principali di "Amsterdam" è Clive, compositore talentuoso, incaricato dal governo britannico dell'eccezionale incarico di comporre la Sinfonia del Millennio, opera pensata per entrare nella storia celebrando il millennio che si avviava a concludersi e accogliendo trionfalmente quello incipiente. La storia della faticosa creazione della sinfonia attraversa tutto il romanzo, alternando momenti di scrittura produttiva e ispirata a quelli sofferti di affanosa ricerca della chiave di volta dell'intera opera, quelle poche variazioni sul tema portante che avrebbero reso la sinfonia immortale, e che solo per averle sfiorate spingono l'artista ad osare il pensarsi come "genio". Gli eventi però incalzano il compositore e non gli permettono di arrivare ad afferrare le variazioni decisive, costringendolo a consegnare l'opera invariata per le prove generali dell'orchestra sotto la direzione del quotatissimo maestro Giulio Bo. La sera stessa delle prime prove arriva la morte di Clive, e a pochi paragrafi dalla fine del libro apprendiamo che il destino della sua opera non sarà troppo dissimile dal suo:
- Ho sentito che la prima di Birmingham è stata rimandata.
- Annullata per la verità. Giulio Bo dice che non vale niente. Metà degli orchestrali della British Symphony si rifiutano di eseguirla. A quanto pare verso la fine c'è un motivo che è la copia spudorata dell'Inno alla Gioia di Beethoven, a parte un paio di note.
La creazione suprema che Clive sentiva di essere a un soffio dall'afferrare e quindi l'opera di Beethoven, più volte citato come esempio indubbio di genio creativo, e le poche variazioni che gli sono sfuggite fino alla morte altro non erano che quelle poche note che differenziavano un motivo anonimo dalla riscrittura identica dell'Inno alla Gioia.
Non ho idea se questa intepretazione abbia senso, se sia corretta o perlomeno verosimile. Quello di cui sono sicuro è che se mi è salita alla mente come un'accecante flash alla lettura del dialogo che ho riportato sopra, è perché dentro di me ancora sedimentava una lettura di pochi mesi fa, "Pierre Menard, autore del Don Chisciotte", uno degi impareggiabili racconti contenuti in "Finzioni", opera per cui non avrò mai abbastanza parole da spendere in lodi ammiratissime. Pierre Menard è uno scrittore, che dedicò la vita a una missione "infinitamente eroica": quella di riscrivere identico il Don Chisciotte, considerata l'opera somma delle lettaratura.
Non voleva comporre un altro Don Chisciotte - cosa facile - ma il Don Chisciotte. E' inutile aggiungere che non affrontò mai una trascrizione meccanica dell'originale; non si proponeva di copiarlo. La sua ammirevole ambizione era quella di produrre alcune pagine che coincidessero - parola per parola e riga per riga - con quelle di Miguel De Cervantes.
Pierre Menard ne era consapevole, Clieve evidentemente no, ma entrambi ambivano allo stesso disegno: ricreare, ripetere il gesto creativo, riportando nuovamente alla luce quelle che nei rispettivi campi i due, di nuovo, uno consapevole, l'altro inconsciamente, considerano l'opera più di ogni altra "contingente e innecessaria".
Haruki Murakami - Kafka sulla spiaggia
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David Foster Wallace - R.I.P.

“La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme”
David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi 2006
Da Usenet a FriendFeed e ritorno in dieci anni e mille parole
(ozioso e sintetico tentativo di analisi dell'evoluzione dell'Internet social)
Quando nella seconda metà degli anni '90 le connessioni alla rete erano poche e poco performanti, i siti web spesso poco più di una vetrina a grafica pixelosa, e ad accedere a Internet erano quasi sempre persone esperte o comunque agili con gli strumenti informatici, i gruppi di discussione erano fonte utile e preziosa di informazione e confronto su temi specifici, di base informatici, tecnici o comunque geek-oriented. Nei primi anni del 2000 l'accesso alla rete inizia a diffondersi esponenzialmente e i gruppi di discussione accolgono persone esperte o interessate ai temi più diversi: Usenet non era più solo un ritrovo di "smanettoni". Verso il 2002-2003 sembrava che davvero potessero venire grandi cose da quei newsgroup così minimal ma così densi, l'era d'oro di Usenet era lì a un passo. Ma insieme alla diffusione della rete era aumentata anche la capacità delle connessioni casalinghe, e la banda non era più un fattore limitante, spuntavano i primi blog, e interagire usando Explorer era più facile che configurare un newsreader.
E così piano piano i newsgroup iniziano a spopolarsi, per i nuovi utenti di sicuro si rivela meno problematico poter fare ciò che più aggrada sul proprio blog, selezionare i commenti, essere al centro dell'attenzione, piuttosto che confrontarsi con le complicare dinamiche sociali dei newsgroup, che da sempre richiedono un certo sforzo prima di essere comprese.
Poi il "solo testo", che per quanto reso più cool dai template, è la sostanza dei newsgroup quanto dei blog, comincia a essere non più sufficiente, la rete comincia davvero a essere multimediale e con i propri contatti si condividono foto (Flickr), video (YouTube), librerie (aNobii), condizioni del momento (Twitter) e quant'altro.
Aumentano i contatti, inevitabilmente, vuoi per l'allargarsi della base di utenti vuoi per le normali dinamiche sociali, e allo stesso tempo le fonti su cui seguirli, e la limitatezza della risorsa più preziosa, il tempo, comincia a farse sentire. I lettori online di feed RSS, Bloglines prima e Google Reader dopo, sembrano dare una mano nel gestire un flusso così corposo di informazioni, ma non è ancora la situazione "per tutti": gli utenti di Internet ormai sono per la grandissimi maggioranza, interessati agli scopo e non allo strumento, a volte addirittura tecnofobi.
La rete è pronta per accogliere un nuovo tipo di servizi, che invertono la tendenza alla focalizzazione degli anni precedenti, e si propongono di semplificare la vita online delle persone, raccogliendo in un unico contenitore tutto quello che interessa seguire. Sostanzialmente sono due ad essere emersi e ad avere superato la soglia critica; Facebook e Frienfeed.
Il primo si è presentato come la versione appena un poco più adulta di MySpace, e partendo dalle comunità delle università americane è esploso in tutto il mondo; è l'unico social network che è riuscito nell'obiettivo di sfondare fuori dalla limitata cerchia degli utilizzatori abituali di Internet, trovando appia diffusione anche tra le persone "normali"; raccoglie più fotografie di quanto faccia Flickr, che pure esiste da più tempo ed è dedicato solo a quello; l'altro lato della medaglia è che ancora non si intravede un business model che possa ambire a farlo stare in piedi con le proprie gambe, ma si sa, questi sono solo dettagli.
FrienFeed invece, fin dal primo sguardo all'interfaccia minimal e pulita, è chiaramente indirizzato agli utenti più geek; il suo scopo nominale è quello di permettere di raccogliere in un solo flusso tutte le atività online dei propri contatti, rendendo possibile averne una visione con un solo colpo d'occhio, senza rimbalzare tra mille servizi diversi, e lo svolge egregiamente. La possibilità però di poter commentare facilmente ogni nuova aggiunta dei propri contatti, o dei contatti dei propri contatti ha ben presto fatto prevalere la componente attiva di commento e interazione rispetto a quella passiva di raccoglitore di informazioni, tant'è che ormai basta avere più di pochissimi contatti per trovarsi travolti da un torrente di segnalazioni, brandelli di conversazioni, frammenti di chat. Al fine di renderlo utilizzabile anche in questa nuova veste già si vocifera che nella beta della prossima versione sarà possibile organizzare i flussi per argomenti, in modo da spezzettare le informazioni e renderle più maneggiabili.
Destinato a chi è un po' agile dal punto di vista degli strumenti informatici, mette ogni utente è allo stesso livello e non c'è nessuno che può decidere chi può o non può commentare, fra poco organizzato per argomenti tematici: cos'altro è FriendFeed se non Usenet finalmente uscita dal bozzolo del protocollo NNTP che finalmente spiega le ali nel mondo web?
(Ok, sui newsgroup uno degli elementi di maggior valore era la permanenza delle informazioni del tempo, anche a distanza di anni è possibile recuperare dati e conversazioni, mentre su FriendFeed qualunque informazione è pressoché irrintracciabile dopo poche ore dalla pubblicazione se non attraverso fortunosi tentativi di ricerca con Google nel mare magnum di tutto il web, ma mica può essere tutto perfetto no?)
Un gatto se è triste è ancora più gatto
Quello che si dice un lavoro noioso
Vasco Pratolini - Un eroe del nostro tempo
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"Un eroe del nostro tempo" è un libro grandissimo. Quando l'ho finito non riuscivo a capacitarmi di ciò che avevo appena terminato, e di perché non si parlasse ovunque del capolavoro che è questo libro.
Il nostro tempo del titolo è l'immediato secondo dopoguerra, e l'eroe è Sandrino, nome poco vigoroso per il giovane che è il protagonista del libro, insieme alle done che ruotano attorno a lui.
Sicuramente rilevante è il lato politico e ideologico di questo romanzo, incarnato sopratutto nelle figure di Bruna e Faliero, che difatti è quello su cui più si concentrano le pagine di critica riportate nella mia ingiallita edizione del 1972, ma letto ora quelle parti scivolano via quasi inosservate, coperte in toto dall'ombra cupa e nerissima dello sensazionale sviluppo narrativo del romanzo.
E' un romanzo disturbante, la violenza riempie le sue pagine, e l'effetto è ancora più soffocante perché é una violenza intima e travestita da normalità, mai appariscente o spettacolare, che chiude il respiro senza bisogno di effetti o esagerazioni.
Disturba leggere la drammatica, e consenziente, e per questo ancora più drammatica, discesa verso la tragedia di Virginia -altro nome che si oppone alla realtà del personaggio- vedova e repubblichina (solo perché vedova di un fascista, dato che di suo non è in grado di assumere nessuna posizione indipendente) che si concede in ogni veste, di amante e di madre, di sposa e di schiava, di prostituta e di sorella, che si conceda cieca, di una cecità totale che pure rimane verosimile, a Sandrino, solo un ragazzo ma che trova dentro di sè ispirazione inconsia per una matura e compiuta crudeltà, che approfitta di lei, la umilia, la deruba e la priva di tutto.
Ma nonostante il suo completo dominio su Virginia, anche Sandrino è un perdente; i suoi tentativi di fare il grande anche nel mondo dei grandi falliscono miseramente, sale a Milano per diventare protagonista della rivolta che crede pronta a scoppiare e a restaurare il regime fascista, e si ritrova truffato, preso in giro (l'appuntamento che gli viene dato è in Via Ignota 34), e senza neanche un vero nemico su cui poter concentrare il proprio odio.
Eppure anche per lui sembra esserci la possibilità di una luce, rappresentata dalla ragazza, finalmente coetanea, conosciuta per caso proprio grazie all'amante, Elena, vera e propria figura angelica con cui per la prima volta sembra davvero riuscire a comunicare. Ma la coda lunga della sua malvagità, quella Virginia di cui si era trovato completamente liberato, torna ad avvolgerlo con una paternità che sembra la beffa di un sadico destino, e, troppo debole per affrontare la vita da uomo, l'unica via d'uscita che riesce a trovare è quella che per lui sarà anche la parola fine, scritta col sangue sulla neve candida, la stessa neve, lo stesso cortile che aveva ospitato tutti i momenti decisivi della sua vita senza salvezza.
Book Shopping
Metti un Venerdì di ferie. Metti che la Libreria del Corso, causa rinnovo totale (tra l'altro sono convinto di aver scritto anni fa un post -che non sono riuscito a trovare negli archivi- in cui criticavo le loro scelte di disposizione e classificazione, si vede che un po' tardi ma finalmente si sono decisi a seguire i miei consigli), parta con una campagna di sconto del 30% a tappeto su tutti libri. Ecco, mettili insieme, e quello che ne esce è uno scontrino da 177 euro, e grossi rinforzi per la sezione 2br (to be read) della mia libreria...
Update: mi sa che il link ad aNobii non funziona molto bene, dopo il restyling non sono riuscito a trovare il modo per linkare i libri della mia libreria con un tag specifico, meglio cliccare direttamente sulla foto...
Friendfeed
Da oggi alla mia collezione di strumenti succhiatempo su cui ciondolare online ho aggiunto anche FriendFeed: permette di riunire in un solo flusso (http://friendfeed.com/aleroots) tutte le proprie estroflessioni online, e di vedere scorrere allo stesso modo quelle degli amici che si decide di seguire.
Sicuramente divertente, e altrettanto inutile, la prima impressione è che è opportuno essere sobri nell'aggiungere contatti, pena il rischio di essere travolti dall'overflow informativo.
Ignazio Silone - L'avventura di un povero cristiano
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"L'avventura di un povero cristiano" è l'ultimo libro scritto da Silone, pubblicato nel 1968, e il primo suo che mi sia capitato di leggere. Il povero cristiano che dà il titolo al libro è Celestino V, il papa del gran rifiuto, eletto papa nel 1294 da frate eremita qual era, e che pochi mesi dopo si dimise dal trono pontificio. Prima di questa lettura la vicenda di Celestino V mi era nota solo grazie a sfocate reminescenze dantesche, per cui tenevo di lui un'immagine in qualche modo negativa, di una figura diventata famosa per la propria "viltà" e per aver lasciato campo libero al successore Bonifacio VIII.
Grazie a Silone ho invece potuto farmi un'idea diversa e un po' più chiara di quella che è stata la sua storia, della sua figura e delle ragioni della sua scelta.
Esclusi gli interessanti quattro capitoli iniziali, in cui l'autore parla in prima persona, e mischia il racconto della genesi del libro con le proprie considerazioni sul cristianesimo e la Chiesa, il resto del volume è strutturato come un testo teatrale che in sei scene ripercorre la vicenda di Pietro Angelerio, da quando era un semplice frate eremita all'incoronazione come papa fino all'abbandono del pontificato, alla fuga, e alla finale reclusione fino alla morte. Fra Pier Celestino, come viene chiamato, è senza dubbio il protagonista, ma senza che gli altri personaggi che animano la scena, i frati e gli altri suoi seguaci, i chierichetti fedeli, i potenti cardinali, siano ridotte a semplici comparse.
Interessante anche l'appendice in cui attraverso alcuni studi e documenti si inquadrano storicamente i personaggi.
Su "L'avventura di un povero cristiano": un approfondito studio del prof. Vittoriano Esposito pubblicato dal Centro Studi Ignazio Silone
Tentativi di autarchia letteraria
Il mio approccio alla scelta delle letture, tra l'altro lo stesso che ho anche nell'ambito delle preferenze gastronomiche, è sempre stato caratterizzato dal susseguirsi di periodi di dedizione quasi esclusiva ad un singolo filone, che fosse di genere, nazione o periodo, in cui con gusto entrare e approfondire, per poi, quasi sempre senza motivo particolare, perdere il fuoco dell'interesse e spostarmi verso altro, non necessariamente correlato al percorso precedente.
Durante le mie peregrinazioni letterarie, esclusi alcuni autori "contemporanei", sono sempre girato ben al largo dalla letteratura italiana del '900 (e anche dei secoli prima a dire il vero...); non c'è un motivo preciso, ma un pregiudizio di fondo di cui non riesco neanche a definire le cause: non ho mai praticamente letto nulla (Manganelli e Gadda esclusi, ma chissà perché mi viene da considerarli specie a parte), e anche dagli studi liceali non porto ricordi particolari, nè buoni nè cattivi.
Da qualche tempo mi porto dentro come vago proposito quello di superare queste insensate chiusure, e di conoscere un po' questa fetta di letteratura, almeno da poterla giudicare con cognizione. Lo scorso 5 Maggio, sul Corriere, nella prima pagina della sezione Cultura ho trovato questo pezzo di Paolo di Stefano (ma che bella questa cosa dell'archivio liberamente disponibile e linkabile!), in cui si presentava l'imminente pubblicazione di "Novecento italiano: i libri per comporre una biblioteca di base" (link ad aNobii, qua su IBS). Non ho gli elementi per giudicare a priori la qualità della selezione, nè conosco l'autore, Guido Davico Bonino, ma lo stesso l'articolo mi ha ispirato positivamente e l'ho fatta mia. Chiaramente l'idea non è di partire dalla prima pagina e sobbarcarmi tutti i 500 libri "schedati", ma semplicemente quella di avere un riferimento, sia nella scelta che nella valutazione.
Gli anni presi in considerazione, nonostante il titolo, partono in realtà dall'ultimo quindicennio dell'Ottocento e arrivano fino al 1980 -l'autore spiega le ragioni della scelta nel prologo e nell'epilogo; le schede, a una prima lettura random, appaiono sintetiche ma dense delle informazioni più interessanti.
E visto che una scheda di un libro mai letto, non è che dica così tanto, ora non mi resta che leggere...
Alberto Vigevani - La febbre dei libri
(su IBS - su aNobii)
Alberto Vigevani, scomparso nel 1999, è stato un romaziere di una qualche rilevanza nella letteratura italiana del '900, ma in questo libro di memorie tutta l'attenzione è rivolta alla sua vita da libraio antiquario, e, prima ancora di bibliofilo.
L'agile volumetto (è uno dei "piccoli blu" sellerio), si compone di brevi racconti, aneddoti, ricordi, avventure che hanno accompagnato l'attività bibliofila di Vigevani nel corso del '900. Ci sono le spedizioni alla ricerca di libri e di "affari" (ossia libri particolari o di valore di cui il proprietario non si è avveduto della specialità), gli incontri e i ricordi dei personaggi che nel secolo scorso ruotavano attorno a questo affascinante mondo, compresi i protagonisti della storia editoriale e non solo dell'Italia che era, i gustosi racconti delle biblioteche ereditate e smembrate dagli eredi, delle non sempre oneste rivalità tra librai, le affascinanti descrizioni di grandiosi libri ed edizioni destinati ahimè a rimanere sempre fuori dalla mia "comune" biblioteca.
Per chi ama leggere, e ama i libri, una piacevolissima immersione in un mondo in cui i protagonisti sono i libri; libri da sogno, e non importa se destinati a rimanere tali.
News from real and virtual life
Giuseppe Genna - Hitler
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Quello che Genna fa in questo libro è raccontare Hitler. Raccontare è una cosa che sa fare molto bene, ma visto che in questo caso c'è in ballo Hitler, figura scomoda e delicata da trattare, allora la scelta è quella di contenere il racconto, ingabbiarlo, farlo diventare un non-racconto (d'altronde per tutta la sua genesi Hitler è sempre stato chiamato il romanzo).
Hitler è la non-persona, un non-uomo, le sue azioni non devono meritare neppure la domanda perché; ed ecco che quindi il libro procede come una cronologia, riportando fatti e azioni, date e avvenimenti, tutti centrati su Führer senza dare nessuno spessore psicologico nè al protagonista nè ai suoi comprimari.
Il rischio che Genna non vuole correre è quello di dipingere un Hitler in qualche modo attraente, di renderlo affascinante per la sua grandezza nel male, e da qua la narrazione atona, gli intermezzi in cui è l'autore stesso a parlare in prima persona, in una sorta di dialogo diretto con il lettore in cui lo mette in guardia dal rischio di coprire la realtà con la finzione, l'interruzione del flusso del romanzo per dare spazio alla sezione interamente dedicata alla Shoah.
Sono rimasto un po' deluso, non perché questo non sia un buon libro, ma perché mi aspettavo moltissimo, e invece a mio parere gli obiettivi vengono raggiunti solo in parte.
Genna castra il suo racconto, ma è un bravo scrittore, e quindi la sua scrittura è inevitabilmente attrattiva, fluida, chiama alla lettura, e il suo personaggio ne esce comunque esaltato all'interno di quello che rischia di diventare un romanzato ripasso della storia del nazismo e della seconda guerra mondiale.
Le interruzioni del flusso narrativo, gli avvertimenti al lettore, gli espedienti faticosamente applicati, tutto questo suona finto e artefatto, come anche -ma su questo fronte sono io ad avere personali avversioni per il genere- le divagazioni oniriche che attraversano il romanzo [1] e si realizzano nel finale che, ancora una volta, si rivela il punto debole dell'opera di Genna.
Su Hitler: nella sezione dedicata a questo libro sul sito dell'autore vi è (sovr)abbondanza di materiale, dalla storia della creazione, fino alle recensioni apparse dopo la pubblicazione, spesso con anche le relative risposte di Genna
[1] Il fatto che anche Littell in "Le Benevole", libro per molti aspetti stretto parente di questo di Genna, e di cui non ho ancora scritto, faccia ricorso allo stesso espediente in diversi punti del romanzo, può forse essere significativo, e indicativo dell'impossibilità, o comunque della grande difficoltà, di riuscire a scrivere quei fatti visti "dalla parte del cattivo"
Fondamentali osservazioni socio-antropologiche
Un indice indiretto ma efficace della ripartizione uomini/donne a un evento è la lunghezza delle code davanti ai bagni. Ieri a San Siro per i Negramaro era difficile distinguere dove finisse la coda per (le decine di) cessi chimici e dove iniziasse il resto del pubblico.
Per future occasioni suggerisco all'organizzazione di dedicare qualche steward a proibire l'accesso ai bagni uomini a chi evidentemente donna: mi sento molto sessista, ma i privilegi mingitori vanno difesi.
Problemi di evacuazione (e pomiciatori folli) a parte, e anche se stare in uno stadio pieno di una moltitudine adorante mentre si sta leggendo Hitler fa una sensazione un po' strana, è stata una serata divertente, Giuliano Sangiorgi è indubbiamente meglio quando canta che quando parla (e la band quando suona i loro pezzi piuttosto che quando si dedica a esibizioni strumentali stile saggio di fine anno), Jovanotti è in ottima forma e riesce a scaldare uno stadio in pochi secondi nonostante una canzone così così, i brividi ancora ora per Via le mani dagli occhi gridata al cielo da migliaia di persone ancora li sento addosso, il panino salamella peperoni e senape è il modo più godurioso che esista per ignorare il proprio colesterolo.
Nota di servizio
Ho messo in moderazione i commenti al blog dopo che a partire da una settimana circa hanno cominciato a riempirsi di finti commenti di vero spam.
La faccia buona della bibliofilia
(Umberto Eco - La memoria vegetale altri scritti di bibliofilia su IBS - su aNobii)
La faccia oscura della bibliofilia
(Elias Canetti - Auto da fé su IBS - su aNobii)
Non è stata semplice e immediata la lettura di questo primo e unico romanzo del premio Nobel Elias Canetti. Ne ho sottovalutato la caratura, e mi sono ritrovato a rileggere da capo le prime decine di pagine una volta resomi conto della concentrazione richiesta per dare al libro la dovuta attenzione.
Tutto il romanzo ruota attorno a Kien, studioso -il più grande sinologo vivente- in grado di amare e vivere solo per i libri, -e questo è sicuramente stato il motivo che mi ha attirato e portato a leggere Auto da fé- ma in realtà la bibliofilia portata alle estreme conseguenza è solo uno dei tanti mondi che attraversano le pagine: un mondo diverso per ogni personaggio, che per ragioni varie si trovano a sfiorarsi, talvolta anche a compenetrarsi, ma in nessuna occasione riescono davvero a fondersi.
Inutile anticipare o tentare di descrivere l'assurdità dei pensieri che guidano le azioni di Therese, di Fischerle, o dello stesso Kien, incredibilmente assurdi, ma drammaticamente coerenti all'interno della mente di ciascun personaggio, cieca ed ermeticamente chiusa in sè stessa, sono lì per essere letti, ma attenzione.
La lettura è un vortice surreale, si annaspa una pagina dopo l'altra, ansiosamente alla ricerca di una boccata di normalità. E invece la normalità che sembra arrivare a poche pagine dal termine per mano del fratello, fascinoso ginecologo prima e ora psichiatra di successo, è solo un'illusione, un'anticamera per la sconvolgente conclusione, epica e a posteriori iinevitabile, che rende indimenticabile il romanzo.
Su Auto da fé (il libro): la lettura di autodafé (il lettore) su aNobii
Occhio alla vetta
E' una cosa in cui io, pur adorando le montagne in ogni loro forma, proprio non riesco, e ce ne soffro, eccome se ce ne soffro... Volete mettere la soddisfazione di mirare l'arco di monti che chiudono il panorama, ed essere in grado di elencarli uno a uno, muovendo leggermente il dito che li indica?
C'è chi invece questa abilità ce l'ha innata, ed è a loro che è dedicato questo post, un po' galleria fotografica, un po' occasione per mettere alla prova le proprie capacità orognomiche (ehm...).
Questi sono solo piccoli assaggi di quello che potevo ammirarare da un posto finestrino di un volo Brussels Airlines del 7 Aprile... provate ad aprirle, che le note di Flickr sono fatte apposte per vedere chi riesce a riconoscerle anche da questo punto di vista a volo d'uccello...
Mutatis mutandis
il voto utile sta alle elezioni politiche come gli alberelli di link stanno alla classifica di BlogBabel.
Don DeLillo - L'uomo che cade
(su IBS - su aNobii)
Ho corso un bel rischio a prendere tra le mani un altro romanzo subito dopo aver finito la lettura di "La strada di Swann": un confronto diretto di tale portata poteva essere impietoso per chiunque.
Ma troppa era la voglia di leggere questa nuova opera di Don DeLillo, probabilmente sul podio dei miei autori favoriti in assoluto. Sono stato premiato; ho ritrovato la sua scrittura, apparentemente essenziale e distaccata ma incredibilmente efficace, i suoi dialoghi irrealisticamente verosimili, il suo passare con maestria e senza difficoltà dal micro al macro.
Anche il complicato compito di affrontare e sopravvivere al difficilissimo tema dell'11 Settembre, che avrebbe atterrito e portato alla rinuncia o alla disfatta qualsiasi scrittore con appena meno talento di lui, è superato di slancio e ha anzi portato alla creazione di pagine sensazionali -forse non esagera troppo il New Statesman che in quarta di copertina esorta i lettori a "ricordarsi di respirare"-; solo i brevi capitoli visti dalla parte dei terroristi mi hanno un po' dato l'impressione di essere stati "tirati via", messi quasi per forza ma senza convinzione, e finiscono quindi per diventare estranei al resto del romanzo, e probabilmente non così necessari.
Questo "L'uomo che cade" non può però ambire allo stesso sensazionale livello di Underworld, capolavoro insuperato e probabilmente insuperabile di DDL: la mano è la stessa, ma se in Underworld si poteva intravedere nelle pagine quello che sarebbe accaduto vent'anni dopo essere state scritte e si assisteva a una straordinaria proiezione verso il futuro, ora a essere raccontato è ciò che è già accaduto, la realtà, realtà che con l'11 Settembre è riuscita a raggiungere, probabilmente a superare, qualsiasi fantasia e finzione lettararia.
Ed è lo stesso scrittore che se ne accorge, che si rende conto di quanto il suo punto di vista sia stato costretto a cambiare, non più a prevedere, ma a inseguire, quando alla domanda «Cosa ci riserva il futuro?», fa rispondere a uno dei personaggi: «Non ci riserva niente. Non c’è. Il futuro era questo. Otto anni fa misero una bomba in una delle torri. Allora nessuno ci disse che cosa ci avrebbe riservato il futuro. Il futuro c’è appena stato. Il momento in cui bisogna aver paura è quando non c’è motivo di averne. Ora è troppo tardi.»
Flash geek post
Sto provando Firefox 3 Beta 4, tutto ok molto e molto figo, a parte che la pagina di Edit di Splinder non funziona...
Scoprisi socialisti...
O almeno così pare in base ai risultati dell'"autosondaggio" Openpolis.
(anche se guardando in giro noto che un po' troppi grafici sono simili al mio, e quindi, parafrasando Gaspar, viene da dire che o sono sbagliati i socialisti, o sono sbagliati i blogger, o è il sondaggio che ha qualcosa che non va...)
Atti di ostilità di nemici (che la guerra sia dichiarata o meno)
Quando si dice prendere in considerazione tutte le possibilità... Dall'assicurazione di viaggio proposta da EasyJet al momento della prenotazione di un volo:
You shall now our velocity
(l'intero set è su Flickr)
Marcel Proust - La strada di Swann
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Non è che il primo tassello di un'opera molto più ampia [*], ma tutta la grandezza è già evidentissima fin da questo primo volume, e anche basandosi solo su queste prime 500 pagine non mi stupisce la straordinaria fama che La Recherche ha accumulato nel suo neanche un secolo di vita.
E' indubbio che io non abbia competenze e cultura tali da valutare letterariamente quest'opera, ma questo non mi ha impedito di apprezzarla in una misura davvero grande. Non sono i fatti i protagonisti del racconto -e questa all'epoca fu la rivoluzione nella letteratura- ma le sensazioni; le sensazioni che il narratore, qua bambino, riesce a riportare con vivida oggettività, mettendo a fuoco singoli momenti e sentimenti, senz'altro giudizio se non quello dell'influsso del mondo sul suo animo oltremodo sensibile.
Mai mi era capitato, tra tutti i libri che mi sia capitato di leggere, di trovarmi così frequentemente a terminare una pagina, e a pensare che sì, quella è letteratura, e segnarla perché certo di tornare a rileggerla.
E ora non vedo l'ora di proseguire, agogno "All'ombra delle fanciulle in fiore", ma fissato fin dal momento in cui qualche anno fa ho comprato "La strada di Swann" nell'edizione Einaudi a proseguire con la stessa edizione (benché sappia che in realtà anche la traduzione, qua di Natalia Ginzburg, è diversa), mi trovo in difficoltà perché gli altri volumi della Recherche appaiono in questa edizione fuori catalogo; mi concedo 30 giorni di ricerca tra libri usati, remainder, ebay, maremagnum e simili, dopodiché mi farò forza e salterò in corsa su un'altra edizione...
[*] A questo proposito è interessante vedere come l'opera è cresciuta fino alle dimensioni definitive principalmente grazie alle difficoltà che ebbe Proust a trovare un'editore per il suo romanzo
Shared items reloaded
In un post geek di inizio anno mi esaltavo per la possibilità di condividere automaticamente con i contatti presenti nel proprio Google Account, i post letti e piaciuti in Google Reader (i cosiddetti "shared items").
Ora, grazie al Filosofo Austro-Ungarico che già sfoggiava sul suo blog la novità, ho scoperto che si può fare ancora meglio: rendere i post condivisi visibili a tutti attraverso un box aggiornato automaticamente. Li trovate qua nella colonna a destra, buona lettura!
Alla ricerca
Ventinove anni e un mese: ora mi sembra di essere abbastanza grande per aprire la mia prima pagina di Proust.
Aggiornamento: il "concepimento" della Recherche in una forma assimilabile a quella definitiva, avvenne esattamente 100 anni fa. Per cui credo che anche lei ora sia abbastanza grande per essere aperta da me...
Philip Roth - Inganno
(su IBS - su aNobii)
Un Roth decisamente diverso da quello a cui siamo abituati, con i suoi complessi e strutturati romanzi che scavano e percorrono intere storie familiari.
Questo libro è interamente costituito da dialoghi, dialoghi "adulterini", a cavallo tra la realtà (della finzione) e la finzione (nella finzione), tra un lui, Philip, scrittore newyorkese ebreo temporaneamente in esilio a Londra -e che si rivelerà alla fine del libro non essere altro che un alter ego creato dal romanziere Nathan Zuckerman, celeberrimo alter ego storico dello stesso Roth-, e una lei, giovane inglese già schiacciata da un matrimonio vuoto e inutile a poco più di trent'anni.
Sono dialoghi intimi, colti voyeuristicamente, quasi verbalizzati, prima e dopo gli intercorsi sessuali dei due amanti; gli argomenti spaziano: la storia, l'amore, il sesso, gli ebrei, gli inglesi, la vita e la morte, ma l'acutezza e la sottile ironia attraversano ogni pagina e ogni battuta.
E' quando le 150 pagine sono quasi finite, che si inizia a realizzare che si ha di fronte un altro colpo del maestro, che ancora una volta è riuscito, attraverso le vite che filtrano dalle parole dei due amanti, a scrivere di ciò a cui tiene più di tutto: “Sì. Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura.”
Rick Moody - The James Dean Garage Band
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Non lo consiglierei a tutti, non per particolare "elitismo" (o etilismo?) letterario, ma perché effettivamente la scrittura di Moody può risultare indigesta a molti. Deve piacere lo stile, un po' minimalista e involuto, tipico della letteratura postmoderna americana, e che vede in David Foster Wallace il suo rappresentante più geniale; è necessario anche avere una certa propensione alla elasticità mentale, per riuscire a saltare tra i mondi distanti e completamente diversi che animano i diversi racconti di questa raccolta.
Ma superate queste doverose premesse, non si possono che godere i 9 racconti raccolti dalla Minimum Fax. Come scrivevo sopra ciascuno dei racconti vive in un mondo totalmente separato dagli altri, per stile espositivo, personaggi, ambientazione; eppure c'è qualcosa che li tiene legati e costituisce un comune denominatore, qualcosa di malinconicamente disperato, qualcosa legato alla solitudine e a una sorta di amarezza e di inevitabile insoddisfazione congenite nella vita.
E' un po' come leggere Barth, Yates, Purdy, Carver (cito tra gli autori del secondo Novecento americano meritoriamente ripubblicati in questi anni da Minimum Fax) trasportati un paio di decenni più avanti, e, se possibile, ancora più consapevolmente disillusi.
Perché se James Dean incita a conquistarsi la propria via, "Se la vita che fai non è quella che sognavi, scappa", il messaggio non scritto ma luminoso tra le righe di Moody è ancora più incisivo: nessuno comunque scapperà, e se anche lo facesse (proprio come James Dean stesso nel racconto che dà il titolo alla raccolta), comunque non cambierebbe nulla.
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Leggere "Kafka sulla spiaggia" è stato come ritrovarsi a casa propria in una casa mai vista, come percorrere un percorso per la prima volta, ma lo stesso trovarlo familiare e accogliente.
Ogni libro di Murakami è speciale, con una propria vicenda, personaggi, atmosfera; però ci sono un paio di elementi comuni sempre presenti, che sono quelli che, quasi a prescindere dal resto, fanno sì che ami ogni suo libro.
Il primo di questi è la capacità che ha con la sua scrittura di descrivere in modo piano ed essenziale, elencando, soffermandosi minuziosamente sui particolari più ordinari, sui gesti quotidiani, riuscendo a rivestire ogni oggetto e ogni azione di una soffusa aura di importanza.
E poi impercettibilmente, con delicatezza, e questa è l'altra caratteristica che rende incofondibile le opere di M., il mondo narrato comincia a scollarsi dal mondo vero là fuori, e ci si ritrova immersi in una dimensione parallela, rarefatta, misteriosa.
La maestria nel gestire questo passaggio è eccezionale, quasi senza rendersi conto la vicenda si sposta in un mondo immaginario, con legami sempre più sottili con quello in cui viviamo, e neanche per una pagina la narrazione perde di verosimiglianza, e il lettore è tenuto costantemente sul filo, sempre un passo prima che le parole possano perdere credibilità.
Mi sarebbe bastato poter godere di questo mood ancora una volta per amare "Kafka sulla spiaggia", ma capitolo dopo capitolo ho trovato molto di più -e questo mi spinge a mettere questa fra le opere meglio riuscite dello scrittore- c'è anche una storia speciale, frutto di una capacità di immaginare che lascia ammirati; c'è una biblioteca, che è la biblioteca dove ogni lettore vorrebbe trascorrere le sue giornate, a sfogliare e scoprire libri; ci sono personaggi magici che affascinano ed emozionano mentre si lasciano scoprire capitolo dopo capitolo.
Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l'andatura. E il vento cambia andatura, pe seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infine volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell'alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E' qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l'unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l'altro. Non troverai sole nè luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.
E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E' una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E' il tuo sangue, e anche sangue di altri.
Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia.